Un dialogo[1] tra Corinna Morandi e Serena Vicari

Riflessioni conclusive: i maker per la città e la città per i maker

Serena Vicari: Sempre più spesso si sente parlare di “quarta rivoluzione industriale”, basata sulla digitalizzazione dei processi produttivi, come qualcosa di contestuale al fenomeno del making. Si parla di rivoluzione proprio perché la possibilità offerta dalla digitalizzazione dei processi produttivi porta cambiamenti in tutte le sfere. Vi sono infatti implicate la sfera economica, la sfera politica, la sfera sociale e culturale. Il rapporto con il lavoro muta sostanzialmente. Quindi prima che essere una rivoluzione tecnologica, quella in corso è una rivoluzione di grosso impatto sociale.

Da un lato nelle fabbriche c’è sempre più lavoro umano che viene sostituito dalle capacità di connessione, di gestione e di analisi di grandi masse di dati, di apprendimento dei computer, e quindi di apparati che prendono delle decisioni e fanno delle cose al posto degli umani. Dall’altro, queste stesse capacità (connessione, analisi, supporto alla decisione, macchine intelligenti, eccetera) sono diventate accessibili e possono essere sempre più condivise da una ampia platea di soggetti. Questa platea di soggetti si impegna nella produzione materiale e immateriale ed è in parte composta da coloro che hanno perso il lavoro per il processo di cui sopra avvenuto nelle fabbriche. Queste persone, che hanno le competenze, ma che non sono più necessarie nelle grandi organizzazioni produttive, entrano a occupare lo spazio dei maker e del making.

Corinna Morandi: Un aspetto cruciale su cui sappiamo ancora molto poco è però l’incidenza della dimensione economica del fenomeno. E secondo me questo è un elemento su cui bisogna lavorare, magari per ora solo in termini di programma di ricerca, ma mettendolo come tema di rilevanza assoluta. Perché non si riesce ancora a capire quanto il movimento dei maker, e in generale, queste nuove forme di lavoro, riescano a diventare elementi strutturali di una nuova economia e quanto invece continuano a essere un fenomeno marginale. Per quanto io non sia un’economista, percepisco la necessità di capire come, e in che misura, può avvenire una transizione da progetto ludico-sperimentale a processo economico. Infatti, l’aspetto “ludico” da un lato può rivelarsi un’importante componente economica se legata alla creatività, alla capacità di immaginare futuro, di creare relazioni innovative, eccetera; ma dall’altra parte rischia di confinare il fenomeno più nei suoi aspetti relazionali e di gratificazione dei soggetti che vi partecipano, a scapito della preoccupazione che il fenomeno abbia una effettiva ricaduta strutturale sui cambiamenti economici.

Questo perché per parlare di fonti di nuove economie ci si deve poi ricondurre a elementi che sono legati al numero di posti di lavoro, per quanto posti di lavoro diversi, più informali, quindi più difficili da quantificare. Le risposte alle domande “Le nuove tecnologie distruggono posti di lavoro o consento di costruirne nuovi?” oppure “Quale è il gap tra la distruzione e la ricostruzione?” tendono ancora a mettere in evidenza l’impatto delle nuove tecnologie sulla distruzione di posti di lavoro, senza entrare troppo nel merito.

SV: Per me è molto importante sottolineare che nella sfera culturale il fenomeno dei maker è accompagnato da un’espansione dello spirito imprenditoriale come valore fondante del lavoro e conseguentemente come valore che alimenta una propensione all’imprenditorialità e alla assunzione di rischio, che è un tratto peculiare dell’età contemporanea. Quindi, da un lato tecnologia accessibile e skill diffusi. Dall’altro, una pervasiva ideologia dell’imprenditorialità su cui questa si innesta. Il risultato è che queste sono le condizioni abilitanti per l’emergere e la crescita dei maker.

CM: Una seconda dimensione che è necessario indagare è quella spaziale. L’ipotesi è che gli spazi maker nelle loro varie declinazioni siano dei driver di attivazione di dinamiche urbane positive, di “rigenerazione”, molto tra virgolette perché ci sono varie tipologie di rigenerazione e questo è un termine che usiamo in modo approssimativo. Diciamo riattivazione di dinamiche urbane positive. Per ora dal punto di vista della ricerca empirica, ancora estremamente limitata per numero di casi e per comprensione più accurata del fenomeno, questo nesso è ancora difficile da dimostrare in termini di rigenerazione con tutta la sua complessità. Ci sono casi di inclusione, di riutilizzo e inclusione di spazi dimenticati, questo sì. Mi sembra che nella maggioranza dei casi i laboratori maker si localizzano in edifici “dimenticati”, che erano usciti dalle dinamiche maggiormente attive. Non è detto che questo sia di per sé associabile all’avvio di un processo di rigenerazione. Potrebbe anche concentrare su pochi casi puntuali degli elementi che si limitano alla funzione di riutilizzo, riuso, recupero di spazi, che potrebbero creare anche dei processi di esclusione invece che di valorizzazione del contesto quando non riescono a costruire relazioni positive con il contesto. Solo un lavoro di osservazione continua e di ricerca empirica ci potrà aiutare a dare una risposta.

SV: Vero, credo che sia possibile e auspicabile, anche, osservare i maker come un fenomeno urbano …

CM: …l’evidenza sembra per ora dimostrare, con i dati emersi dai vari censimenti disponibili per la situazione italiana e in particolare quella milanese, che la maggiore densità del fenomeno si riscontra nelle aree urbane. Anche se ci sono altre situazioni, però prevalentemente mi sembra che si possa dire che è un fenomeno rispetto al quale lo spazio urbano con le sue caratteristiche è un fattore, o un driver, di localizzazione importante.

SV: Potremmo licenziare il tema dicendo che i maker hanno bisogno di una città perché nella città questo fenomeno diventa più visibile e quindi trova un’alimentazione dal punto di vista comunicativo generale. Ma non è solo così. Non è che l’acquistare particolare visibilità negli ambiti urbani serva solo a consolidare una sorta di binomio maker-città: i maker sono un fenomeno urbano per diversi motivi.

Il primo è che nelle città c’è una condensazione di competenze, abilità, sensibilità, che sono messe in relazione perché c’è grande copresenza e interazione. C’è copresenza di diversi: non solo nel senso squisitamente sociologico dei “diversi culturali”, anche perché forse non è vero. Quando cito la diversità mi piacerebbe più collegarla al tema della competenza, delle sensibilità, delle abilità. Perché i maker hanno bisogno di talenti molto diversi. Solo le grandi masse di persone fanno sì che coloro che condividono un certo orientamento, una certa preferenza, una certa sensibilità possano entrare in contatto diretto o aggregarsi. Quindi questo è senz’altro il primo elemento: la compresenza e l’interazione di competenze, abilità e sensibilità diverse.

Il secondo elemento urbano di cui hanno bisogno è la dotazione di infrastrutture. Che sono infrastrutture urbane come istituzioni di alta formazione, quindi università e centri di ricerca ma anche tutta l’editoria, e poi gli istituti e i premi (come un po’ era stato il premio Compasso D’Oro per lanciare il design a Milano). Poi c’è più in generale quello che Michael Storper ha chiamato il “buzz”[2] – cioè l’idea che si fanno cose, che succedono cose – che si estende nella socialità, nei posti che diventano di moda, dove incroci le persone che ti possono interessare.

CM: Ma ci sono importanti ragioni anche di convenienza: disponibilità di spazi, di diverse dimensioni e tipologia, da ristrutturare inseriti in contesti generalmente già infrastrutturati e questo permette di contenere i costi di insediamento, sia attraverso forme di suddivisione dello spazio come nel caso dei coworking con cui spesso i laboratori maker si associano, sia in quanto sono comunque aree già urbanizzate, in genere dotate di una soddisfacente accessibilità e dotazione urbana di contesto. Spesso sono tessuti urbani che sono stati storicamente produttivi su cui probabilmente le relazioni e i legami non si sono allentati del tutto e si possono riattivare sia inserendo un elemento perturbatore positivo nuovo, sia riscoprendo delle capacità, degli skill, legati a questa doppia componente del fare con le mani e del fare con la mente, che comunque nel tessuto urbano sono storicamente presenti. Nella città c’è l’università, ci sono gli incubatori, ci sono le start up: tutti elementi che favoriscono comunque la scelta della localizzazione urbana per questo tipo di attività.

SV: Importantissime anche le infrastrutture per la mobilità perché se io devo partecipare a un bando internazionale non posso pensare di metterci troppo tempo per arrivare a Bruxelles piuttosto che a Londra. Devo avere un aeroporto comodo, connessioni di alta velocità.

CM: Tuttavia, parlando di spazio urbano, occorre riflettere sull’idea di urbanità. Cioè: quale tipo di spazio urbano? C’è lo spazio della metropoli, che appunto può essere interessante per le cose che dicevamo sopra, ma poi c’è anche lo spazio urbano delle città di piccole e medie dimensioni che può essere attrattivo comunque per questo tipo di attività per altri fattori, ad esempio per la qualità della vita che possono offrire questi centri e per la prossimità a situazioni di distretto. Questo è molto diverso da quanto avviene nelle metropoli, e non è un caso che un’alta concentrazione di laboratori maker si trovi, per esempio, nelle città dell’Italia centrale, in Emilia, in Toscana, anche nel Veneto, quindi in relazione con il tessuto dei distretti produttivi.

Infine, vedo una relazione con lo spazio urbano in distretti dell’innovazione programmati in cui il contesto offre indubbiamente delle facility che altrove non sono proposti. È un po’ il caso di Barcellona o di Boston, e in dimensione minore e allo stato nascente nella “smart city” di Porta Romana a Milano. Qui ci vedo l’idea di programmare dei distretti in cui si concentrano tante delle componenti dell’attività urbana che vanno dal vivere al lavorare, al divertirsi: diversi ingredienti che costruiscono insieme un tessuto. La cablatura diffusa è un tipo di infrastrutturazione fondamentale di questi quartieri, per cui tu puoi prendere il tuo computer e metterti nel parco a lavorare, oppure negli spazi pubblici o di uso pubblico come bar e pub.

Questo elemento ha a che fare con la questione degli spazi maker nella scomposizione di componenti importanti della nuova produzione, della produzione digitale e innovativa: e cioè la possibilità di scomporre la fase della progettazione e dell’ideazione da quella della produzione vera e propria. Tradizionalmente c’era l’ufficio tecnico nella fabbrica, la schiera di progettisti, le persone che lavoravano… pensiamo a quello che è stato il mondo del design in Brianza. Tutto si faceva nello stesso luogo. Adesso invece la strumentazione digitale consente di dissociare queste fasi: si può progettare ovunque e in qualunque luogo, dal treno o in aereo, al parco o al bar, dove ci si trova con i colleghi o dove ci si mette da soli a lavorare. Quindi una delle fasi che erano dentro un certo tipo di produzione legata comunque al design e innovativa a suo modo, adesso si può scorporare completamente e ricomporre dentro il laboratorio maker nel momento in cui serve l’oggetto fisico. Perché non si tratta solo di produrre un’idea o un pensiero ma di progettare per produrre dei beni, delle merci: stiamo comunque parlando di manifattura, quindi di produzione di oggetti. Dopo il momento di progettazione, di invenzione, di relazione con le reti lunghe che un maker può aver imparato attraverso la Fab Academy, è importante sottolineare che il progetto torna in uno spazio fisico che ha determinate caratteristiche – dimensionali, di attrezzatura, eccetera – che consentono al maker di sviluppare fisicamente quello che ha progettato.

Se i maker tendono ad avere una certa relazione con lo spazio urbano, non dobbiamo però cadere nella retorica che ha visto, almeno in una certa fase, i maker come “salvatori” della città, con l’ipotesi di riportare l’industria in città attraverso questa via. Le evidenze empiriche parlano per ora di piccoli numeri, di scarsi impatti economici dal punto di vista strutturale. Inoltre, c’è anche un problema di definizione, di riconoscibilità del “nuovo”. Non sappiamo ancora bene di che cosa stiamo parlando: Quali sono i confini entro cui parliamo di nuovo o di innovazione? Chi sono questi soggetti? Cosa fanno? Siamo ancora in una fase troppo esplorativa per tirare delle conclusioni tanto per confermare che siamo davanti a un fenomeno che ridarà linfa alla possibilità di produrre in città quanto per negare che questi siano elementi o semi di innovazione. Retorica per retorica, personalmente preferisco vedere i maker e gli spazi dei maker come agenti di supporto alla resilienza, all’antifragilità della pianificazione. Ci sono situazioni che hanno una dinamica fortemente problematica e negativa, ad esempio dal punto di vista spaziale, e l’inserimento di “semi” di processi interessanti, come quello del making, potrebbero forse attivare una reazione dinamica positiva.

Ci sono dei luoghi e un sistema di produzione, la manifattura tradizionale, che hanno subito uno shock. Questo ha provocato un impatto sia sulle dinamiche economiche, sia sulle dinamiche spaziali, lasciando, ad esempio, 7 milioni di metri quadri di aree industriali dismesse a Milano. Da un lato ci sono stati i grandi progetti che hanno rimesso nel circolo economicamente virtuoso le aree più significative e dall’altro ci sono le aree più piccole, interstiziali, periferiche, che potrebbero essere riposizionate da altri processi. Allora, insieme ad altre attività, i laboratori maker potrebbero essere una componente di un processo che potremmo chiamare di rigenerazione.

SV: Io penso che come agenti di trasformazione i maker abbiano un grande potenziale che però non arriva senz’altro alle aspettative che questa retorica ha creato. E lo dico sulla base di tre argomentazioni diverse.

La prima è che i maker arrivano quando ci sono già profonde trasformazioni della città, e quindi c’è un aspetto contingente. Non è la questione se venga prima la gentrificazione di un certo quartiere o viene prima il maker: si trovano a entrare in uno stesso processo. Quanto sia responsabilità del maker spingerlo da una parte o dall’altra è molto discutibile. C’è un grosso aspetto contingente legato al fatto che la città è in grande trasformazione comunque, soprattutto, come è già stato fatto notare, nel passaggio dall’industriale al postindustriale.

Il secondo ragionamento da fare, per vedere se sono agenti di trasformazione fisica urbana, è che c’è un patrimonio pubblico, dato in buona parte dalle dismissioni industriali, che può essere usato per start up che non sono in grado di sopportare i prezzi di mercato. Riprendiamo il caso di Milano e delle aree industriali dismesse: se questa città continua a puntare verso una valorizzazione immobiliare, deprime questi processi di rigenerazione o di “semi di resilienza” come sono stati chiamati. Abbiamo sempre detto che Berlino aveva più successo di Milano perché a Berlino si trovava casa a buon mercato. Quindi la creatività, tutto il discorso sulle attività culturali, sulla rigenerazione a base culturale, succedeva là e non da noi perché noi eravamo troppo cari, perché si faceva speculazione sulla rendita immobiliare. Adesso, prima che sia così, una gestione intelligente, e favorevole ai maker, del patrimonio pubblico, attraverso politiche dedicate, fa sì che i maker siano grossi agenti di trasformazione. Se si inseriscono in un contesto da trasformare, è chiaro che loro lo fanno. Questo del patrimonio pubblico secondo me è un tema che va molto sottolineato perché in un mercato immobiliare ancora vagamente depresso il pubblico dovrebbe comprare, anziché privatizzare, per far sì che le sue politiche future possano avere più successo.

Il terzo elemento, sempre sul ragionamento di agenti di trasformazione, è che a fronte di un impatto sempre più evidente della scomparsa del tessuto del commercio al dettaglio, i laboratori maker rappresentano un presidio, un luogo aperto, in grado di creare un flusso di persone. Certo è molto poco come azione di trasformazione, ma è comunque un contributo a fronte del fatto che non esiste più un tessuto di questo tipo.

CM: Questo è un punto cruciale, perché gli spazi del making si innestano in tessuti molli della città. Mi sembra che questo fatto sia una prima caratteristica che ci consente di capire il fenomeno. Non mi vedo il laboratorio maker nel parco tecnologico di nuova costruzione; mi sembra un caso poco probabile. Ad ogni modo, cambiamento non è uguale a innovazione, e questa è un’altra retorica possibile da smontare. Sono tessuti che si muovono e che si trasformano, ma non necessariamente questo vuole dire che si abbiano degli episodi di innovazione spaziale. Quindi tessuti in trasformazione, tendenzialmente periferici, dove ci sono opportunità spaziali, fisiche, per operazioni di recupero, in alcuni casi in relazione con distretti. Sono comunque parti molli della città, parti della città che per diverse ragioni, che possono essere economiche, sociali, spaziali, sono in mutamento.

Associo questo fenomeno di più a un tessuto in trasformazione, quindi un po’ inevitabilmente nei tessuti periferici, anche se ancora dovremmo chiederci cosa sia la periferia. Periferia interna, periferia della città, periferia della metropoli? Tendenzialmente possiamo parlare di aree dove ci sono margini per cambiare e, mi sembra, anche dove ci sono le opportunità di trasformazione che possono dare luogo a dei nuovi cluster. La ricerca ora dovrebbe cercare di capire dove si creano dei cluster, cosa succede nel loro intorno e quanto questi spazi riescano a riattivare dei tessuti con quelle caratteristiche che facilitano l’attivazione di processi di tipi economico, sociale e spaziale con l’inserimento di nuove attività. Per esempio, guardando i dati di una vecchia indagine sui laboratori maker in Italia, su 70 casi, 40 erano di recupero di ex spazi di lavoro, tra negozi, botteghe, edifici industriali o capannoni dismessi, quindi in questo tipo di tessuti si trovano anche delle opportunità spaziali di recupero. Nel caso di Milano, nei 22 spazi che avevamo censito, non tutti sono laboratori maker ma spazi più ibridi che accolgono le nuove forme del lavoro, e una proporzione molto alta occupa e riutilizza edifici industriali e terziari abbandonati.

SV: Io vedo anche un contributo dei maker sul piano della trasformazione sociale, e metterei in luce due fenomeni a questo proposito. Da un lato i maker portano una diffusione di lavoro autonomo e di microimprese. Sono però, per quello che mi risulta, microimprese con un alto tasso di turn over, con redditi medio e bassi; quindi, dal punto di vista sociale, questo è un fenomeno che non controbilancia la polarizzazione sociale, anzi forse per certi versi la incrementa nel senso di maggiore incertezza, precarietà e quant’altro. Ritornando su quello che è già stato in parte detto, la pervasiva ideologia imprenditoriale di cui i maker sono portatori ha anche un lato molto negativo. Il discorso sull’esclusione dal mondo del lavoro o sulla capacità di parteciparvi non è infatti posto sul ruolo dell’economia robotizzata o della tecnologia nel ridurre i posti di lavoro, ma sull’incapacità di chi perde il lavoro o di chi non lo trova. Si crea, cioè, un diffuso senso di inadeguatezza e di esclusione interiorizzato come colpa propria. Dall’altro lato però, dal punto di vista culturale, in senso lato, i maker rappresentano un’apertura sia sul piano internazionale, sia soprattutto per quanto riguarda la produzione culturale e artistica di avanguardia. La loro presenza nelle città, e in alcuni quartieri in particolare, è quindi molto utile per agganciare e attrarre ambienti culturali nuovi.

C’è poi un altro tema chiave, di cui non abbiamo ancora parlato, ed è quello della politica. È chiaro che i maker hanno bisogno delle politiche pubbliche, questo mi sembra che emerga da più parti, in più contesti. Non tanto in senso di regolazione, ma di buon funzionamento della città in modo che la città abbia quegli atout che consentono a loro di funzionare bene. Sono gli elementi che prima abbiamo indicato come essenziali per attrarre maker: buon funzionamento e semplificazione dei servizi, in particolare, e poi il ritorno al tema del patrimonio pubblico.

CM: Si, sono d’accordo; nel caso della pianificazione, il termine regolazione molto spesso induce a pensare in termini di norme, di interventi regolativi. Secondo me la sensazione è che di fronte a fenomeni di questo tipo sia molto difficile pensare a delle regole che dicano qui sì, qui no, perché sì, perché no, grandi quanto, aperti in che orari della giornata, eccetera. Se andiamo a vedere in termini puntuali nei regolamenti edilizi e nelle norme di attuazione dei piani è ancora difficile capire dove questo tipo di attività si possa collocare.Se si ritiene che l’azione dei maker possa rappresentare un elemento importante di sviluppo economico, i piani di localizzazione delle aree in cui collocare questo tipo di attività non sono un buono strumento, così come non lo sono i programmi economici di tipo tradizionale. Sono due tipi di strumenti già entrati in crisi. Inoltre, come abbiamo già sottolineato, ci troviamo di fronte a un fenomeno così poco noto, dinamico, impreciso. Come è possibile regolare con strumenti di tipo urbanistico delle “entità confuse” di cui non si conoscono bene ancora i contorni? In questo senso, secondo me a Barcellona si è andati un po’ troppo in là, pensando di poter prevedere, programmare, definire la localizzazione, eccetera. Milano per ora fa delle politiche più leggere, lasciando anche, forse, una maggiore flessibilità, lavorando in modo da sollecitare un possibile processo di cambiamento attraverso strumenti “leggeri”, come l’assegnazione, attraverso bandi dedicati, di alcune aree di proprietà comunale.

L’adozione di strumenti leggeri indica un’adozione di principi di flessibilità, di adattabilità, di intervento, per costruire delle politiche attive ma indirette, che non tendono a decidere tutto ma che creano delle condizioni dentro cui poi i maker trovano un loro spazio, mettendoci molto del loro. In sintesi, senza stare a dire loro a priori che tipo di attività devono fare. A Milano la politica, in parte, si sta muovendo in questa direzione, con attività più indirette e che forse possono avere maggiori possibilità di successo rispetto ad altri tipi di azioni. Questo non è in contrapposizione con quanto si sta facendo ad esempio a Barcellona. È piuttosto un’altra faccia delle attività di supporto a questo settore. A Barcellona, un modo sistematico, con degli obiettivi esplicitati, molto decisi, molto forti, molto virati sull’aspetto sociale. A Milano, lo stesso obiettivo viene perseguito con azioni più flessibili, che seguono occasioni, opportunità, perché la città si ritrova con delle proprietà pubbliche che possono funzionare bene a questo scopo.

SV: Potremmo sintetizzare dicendo che contrariamente alla politica delle privatizzazioni bisogna salvaguardare il patrimonio pubblico e metterlo a valore, non nel senso di farlo fruttare, ma nel senso di farlo diventare incubatore per attività che generino non solo un ritorno economico ma anche un ritorno sociale. In questo senso specifiche politiche di rigenerazione sono l’ambito dove guardare ai laboratori di making.

CM: Mi piacerebbe chiudere questo dialogo con uno slancio in avanti nel tempo, facendo uno sforzo di immaginazione sul futuro. Perché se penso al cambiamento della città non penso ai maker. Penso ai robot, penso a cambiamenti così sostanziali che io non vedrò e che faccio anche fatica a immaginare. Però i maker si posizionano a metà di due estremi che mi sembrano particolarmente pressanti. Da un lato i robot che sostituiscono altri tipi di lavoro, nella stessa linea delle macchine che guidano da sole… ci sono degli scenari, se pensiamo alla tecnologia dura, che solo i futurologhi riescono a immaginare. Dall’altra parte c’è tutto questo movimento di attenzione all’artigianato, alla manualità, al “piccolo è bello”, all’economia circolare, al “non sprechiamo niente”. Non sono ancora in grado di capire se ci sarà competizione, se ci saranno dei vincitori e dei vinti… però, ragionando in termini di tecnologia, da un lato se ne fa un uso sempre più spinto che disegna un futuro di fortissima automazione, di espropriazione di decisioni, di ulteriore taglio di posti di lavoro tradizionali. Dall’altro invece vedo una tecnologia più al servizio dell’economia circolare, del recupero di protagonismo di soggetti che altrimenti resterebbero esclusi. Una delle componenti della smart city è anche tutto il processo partecipativo, di condivisione e di inclusione ad alcuni processi di decisione. Apparentemente il gap tra questi due estremi sembra molto grande in cui i processi più “distruttivi” sembrano schiacciare l’altra dimensione più partecipata e circolare. E quindi forse è ancora di una forma di resilienza, di resistere comunque attraverso l’approccio dal “piccolo”, che però non è un piccolo pittoresco e tradizionale. È un piccolo che recupera, che introietta delle componenti nella formazione delle persone, che punta sulla partecipazione, sul superamento del digital divide e così via. È difficile però capire se queste forze resilienti saranno davvero in grado di ridurre le disuguaglianze o se queste aumenteranno.

SV: Io vedo anche un altro “scorcio” di città futura, che è ben diversa dalla retorica che domina il discorso sui maker. La retorica dice “questa è la nuova industria”: un’industria molecolare, diffusa, però tale da generare la stessa caratterizzazione della città quanto l’industria tradizionale. Ecco, io credo che la retorica sia molto lontana dalla realtà. Io credo che il fenomeno dei maker crescerà, perché esprime una vitalità che senz’altro porterà a uno sviluppo, ma credo anche che la città nel futuro sarà sempre una città di servizi e di consumo. Questo sarà il carattere della città contemporanea. Dopodiché non sto dicendo che i maker scompaiono: sto dicendo che i maker avranno uno sviluppo, ma che questo non basta, proprio per le quantità di lavoro coinvolto, a caratterizzare una città.

CM: E quindi anche dal punto di vista degli spazi, tornando a quello che è più il mio tema, si può avere uno scenario di spazi che rappresentano da un lato la città sempre più automatizzata (con macchine che viaggiano da sole, le fabbriche con i robot, eccetera) e dall’altro la città che recupera gli aspetti di urbanità di cui parlavamo all’inizio. Un’urbanità che si presenta magari in maniera diversa ma che nei suoi principi fondamentali resiste. Una città fatta di spazi in cui ci si vede e ci si incontra non solo nelle piazze virtuali, ma anche nei suoi spazi pubblici fisici in grado di continuare a esprimere la loro caratteristica di urbanità. Un’urbanità metropolitana e tecnologica; non certo il pittoresco o il nostalgico della città storica. Quello dell’urbanità è un concetto che ha a che vedere con certi caratteri sociospaziali della città e non vorrei che si perdessero. Vorrei che si mantenesse, nella città del futuro, un’urbanità in grado di rinnovarsi: tecnologica, contemporanea e innovativa.

[1]Questo dialogo è stato ricostruito sulla base di alcune domande di sollecitazione formulate dalle curatrici del volume e poste alle due studiose nel mese di aprile 2017.

[2]Per un approfondimento si rimanda a Storper, M., Venables A. J., 2004.