Responsabile editoriale di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

In questi giorni di settembre molti hanno parlato della vergogna di 80 anni fa. Il riferimento è all’estate calda del razzismo in Italia, dichiarata esplicitamente nel luglio 1938 con il manifesto per la razza, pronunciata solennemente da Benito Mussolini da Trieste, due mesi dopo, il 18 settembre 1938, sancita ufficialmente con la firma del Re (dunque la vergogna non fu solo del regime fascista, anche la monarchia ci mise del suo), due mesi dopo, il 15 novembre 1938.

Pochi mi sembra hanno parlato di quando l’Europa venne meno a se stessa, il 30 settembre di ottanta anni fa, a Monaco. Con leggerezza, per certi aspetti con sollievo cedette la Cecoslovacchia ai totalitarismi rappresentati dalla Germania hitleriana e dall’Italia fascista. La verità ancora brucia, dunque. Fa  male. Meglio non parlarne, sembrerebbe alludere il silenzio.

Eppure quella scena, il complesso di quella scena parla molto al nostro presente, incerto, inquieto, pregno di sentimenti forti.

Sarebbe anche facile dire che allora quella scelta fu dettata dalla voglia di non muovere guerra e dunque che solo chi voleva la guerra sarebbe stato capace di tener testa e di non sottostare al senso comune di chi proponeva lo slogan (pensando al totalitarismo nazista e fascista) «meglio schiavi  che morti»

Eppure questa è solo una delle facce del problema e forse nemmeno la principale. Perché il tema vero è che cosa si desideri, quanto si sia disposti a battersi per ciò che si desidera, e quanto invece si ritenga inutile, insensato e privo di significato difendere la sfera del diritto, su cui pure si spendono molte parole. Uno fra gli altri: per esempio quello dei perseguitati (per appartenenza politica, per credo religioso, …) che battono alle tue porte perché «casa loro» non è più «loro».

Ma andiamo con ordine.

Estate 1938. In Europa tira una brutta aria. A Evian nel luglio si tiene una Conferenza internazionale per dare un destino a chi è un fuga dalle dittature, o chi quelle dittature perseguita.

Non ne esce niente. Come molte altre volte nella storia (per stare a periodi più recenti: Srebrenica luglio 1995], l’opinione pubblica dei paesi liberi, manda a dire alla politica, e a chi di là «aspetta un segno»  che sono «fatti loro», che è meglio non immischiarsi nei fatti degli altri e che niente è meglio che stare tranquilli a casa propria.

Negli stessi mesi cresce la pressione nella Germania nazista, ma anche nell’Italia fascista perché si rimetta mano agli assetti dell’Europa uscita dalla Prima guerra mondiale, in nome dei pezzi di proprio paese che devono tornare «dalla casa madre». E insieme, il tema è chi abbia diritto di stare nella «casa madre».

Nello stesso discorso che il 18 settembre 1938 Benito Mussolini tiene a Trieste e che è stato ricordato come il momento in cui è annunciato il razzismo di Stato, Mussolini dichiara che la Cecoslovacchia a deve rinunciare a se stessa e che il posto dell’Italia è accanto alla Germania perché in risposta allo «schieramento di carattere universale a difesa della Cecoslovacchia», quella dell’Italia non può non essere «un’adesione di carattere ideologico a fianco della Germania». Con le stesse parole si esprime il 20 settembre a Gorizia e Udine, il 21 a Treviso, il 24 a Padova e Belluno, il 25 a Vicenza, il 26 a Verona.

Contemporaneamente se si da uno sguardo alle piazze francesi e inglesi, ovvero i due scenari politici che più di altri rappresentano lo stato incerto delle democrazie in Europa in quel momento, si vedrà un’assenza e un vuoto delle sinistre: un vuoto dei democratici  divisi tra chi vede la necessità di andare allo scontro con le dittature e chi invece auspica la trattativa, comunque che vuole la pace perché pensa che non valga la pena «Morire per Praga» (sono gli stessi che sei mesi dopo, nel giugno del 1939 quando ormai è chiara la scelta delle dittature ripeteranno che non ha senso «Morire per Danzica»).  Un quadro che Paul Nizan nel suo Cronique de septembre o Jean Paul Sartre nel suo Le sursis ci restituiscono con precisione: mettendo al centro non solo il sentimento diffuso di una piazza democratica senza parole, ma anche quello di una sinistra complessivamente smarrita.

Un quadro che solo chi è in esilio capisce, perché avvezzo al trionfo del totalitarismo a casa propria e consapevole che l’indifferenza è il primo sintomo della sconfitta profonda di chi sostiene l’eguaglianza e l’emancipazione (sono per esempio le pagine che Victor Serge consegna al suo diario, Memorie di un rivoluzionario dove descrive una Francia completamente smarrita).

In quei giorni dunque quello è lo schieramento. Uno schieramento che dentro i totalitarismi è la congiunzione razzismo + guerra ideologica, e nelle democrazie politiche di Europa  è abbandono della difesa democratica delle libertà politiche.

A destra, tra gli entusiasti, stanno coloro che riconoscevano ai fascismi la capacità di dare nuova dignità a un’Europa senza anima, e dunque plaudivano ai partiti conservatori e liberali che avevano entusiasticamente sottoscritto i e coloro invece che ritenevano che l’Europa fosse un progetto costruire avendo chiara la propria missione di civiltà.

È la Francia, più che la Gran Bretagna, a produrre il senso di quella spaccatura.

È in quei giorni che alcune figure culturali fanno la loro scelta di campo. Da una parte stanno coloro che hanno simpatie per i fascismi, talvolta anche con precedenti storie di militanza a sinistra (per esempio Jacques Doriot, ma anche Paul Marion; il primo morirà con la divisa delle SS il 22 febbraio 1945, il secondo sarà Ministro della Propaganda a Vichy), altri rappresentano figure culturali e politiche fortemente polemiche con la classe politica della III Repubblica (tra queste Celine, Drieu La Rochelle, Rebatet,…). Dall’altra parte si schierano figure intellettuali e di area di destra, nazionaliste, conservatrici, ma contrarie ai fascismi (per esempio Georges Bernanos, André Géraud,(più noto come Pertinax), il notista di politica internazionale più autorevole in Francia negli anni tra le due guerre). A sinistra la spaccatura non è meno lacerante, mentre è la dimensione del panico a dominare

La sinistra complessivamente tace. Si ripresenterà timidamente l’11 novembre 1938, il giorno della celebrazione del ventennale della fine della Prima guerra mondiale, per la Francia la celebrazione della sua vittoria sul nemico di sempre. In quel giorno ciò che domina è il senso di smarrimento o di perplessità che circola nella “Francia profonda”. Il declino della memoria pubblica che è segnato nelle celebrazioni stanche di quella giornata, indica quanto sia in dissoluzione la convinzione che valga la pena morire per la democrazia. Nelle stesse ore in mote città della Germania bruciano le sinagoghe, tornano a essere protagonisti in piazza i roghi dei libri in quella che passa alla storia come la Kristallnacht.

L’Europa dell’intolleranza celebra il suo trionfo politico. L’Europa della democrazia e del socialismo sceglie la strada di casa, del ritiro nel privato.

È la fine di un tempo durato per un lungo ciclo politico. Iniziato nelle strade di Parigi nel febbraio 1934 in nome della difesa della democrazia (mentre a Vienna negli stessi giorni, la democrazia muore) e chiuso nell’autunno 1938 con una sorta di «tutti in casa» ad aspettare che cambi il ciclo politico, nella convinzione che non ci sia nulla da fare.

Monaco rappresenta un primo spartiacque. Il giorno in cui le democrazie, hanno preferito lasciar perdere e in cui inizia a configurarsi una idea di Europa dove si è cittadini solo se si ha il marchio.

La Fondazione ti consiglia
pagina 47415\